Obiettivo

Gli obiettivi sono dei sistemi ottici in grado di riprodurre l’immagine di un oggetto. Gli obiettivi più semplici sono composti da una lente convessa attraverso la quale  la luce viene concentrata e quindi proiettata sul piano focale. I moderni obiettivi sono di solito più complessi e possono avere un numero maggiore di lenti e specchi. Alcuni arrivano ad avere fino a 20 lenti, a volte fissate le une con le altre, a volte mobili. Il funzionamento base di un obiettivo è sempre legato alla lente convessa. La luce che passa attraverso questa produce un’immagine capovolta. Le macchine digitali raddrizzano automaticamente l’immagine, per riprodurre la corretta percezione della realtà.

Gli obiettivi vengono definiti tramite due fattori, la lunghezza focale e l’apertura.

La lunghezza focale indica la distanza tra il centro ottico della lente e il punto di focalizzazione. Nella fotografia si differenziano gli obiettivi con lunghezza focale fissa e quelli zoom, che permettono, all’interno di un range predefinito, di variare la lunghezza focale. Negli obiettivi zoom è possibile, spostando le singole lenti, modificare la lunghezza focale e inquadrare al meglio il soggetto. Questa caratteristica rende questi obiettivi molto versatili. I vantaggi degli obiettivi a lunghezza focale fissa sono la compattezza dell’apparecchio e la resa ottimale per una unica e determinata lunghezza focale.

Nel caso di una distanza data da un soggetto, questo verrà riprodotto tanto più grande, quanto maggiore è la lunghezza focale dell’obiettivo. Di conseguenza si riduce l’angolo di campo, cioè la porzione visibile nell’immagine. Ci sono speciali obiettivi grandangolari che permettono di avere delle inquadrature molto estese.

L’apertura si riferisce al grado di apertura del diaframma. Questa, a sua volta, indica la quantità di luce che passa attraverso il diaframma e che poi va a colpire la lente. Il rapporto tra la lunghezza focale e l’apertura del diaframma viene chiamato rapporto focale. Questo viene espresso con la frazione 1/x o f/x. Quanto maggiore è il denominatore, tanto minore è la quantità di luce che entra nel diaframma. Un valore di f/11 si riferisce ad una quantità di luce estremamente inferiore rispetto al valore f/1,4.

Gli obiettivi vengono categorizzati in base alle loro differenti caratteristiche, quindi in base alla lunghezza focale, all’angolo di campo, ai tipi di attacco e alle lenti utilizzate. Gli obiettivi sono dei sistemi complessi e molto sensibili. Sono gli occhi della macchina fotografica. È per questo che le loro componenti sono in genere molto costose e, soprattutto per le macchine con obiettivi intercambiabili, il loro prezzo supera il costo della macchina stessa.

La street-art arricchisce gli ambienti urbani

Street Art – la scelta dei soggetti

Ciò che prima, e ancora oggi da alcune persone, veniva considerato un semplice scarabocchio fatto sulle facciate di case, edifici delle stazioni o sulle cassette dell’elettricità, è oggi invece accreditato come una nuova forma d’arte: la street-art. Chi esplora con occhi attenti le strade delle grosse città, non può non essere colpito da questi folli soggetti artistici. Ovviamente non tutte le firme e i graffiti rientrano nella definizione di „arte non convenzionale in ambienti pubblici“. La street art spazia dagli enormi ritratti alle caricature deformate, fino alle creazioni e alle scritte astratte. L’obiettivo è quello di abbellire le spesso grige e monotone giungle urbane e non, come a volte si pensa, sporcare o imbrattare i luoghi pubblici. La street art ha molte diverse correnti che si differenziano per stile e tecnica.

Qui vi mostriamo le 6 tecniche più diffuse e quelle più originali a cui dovrete prestare attenzione durante i vostri prossimi giri in città.

Subvertising

Ognuno di noi ha probabilmente già visto, almeno una volta in vita sua, un cartellone pubblicitario o elettorale con scritte e scarabocchi o addirittura manifesti talmente sfregiati da non essere più riconoscibili. A meno che non si tratti di semplici scarabocchi fatti con la penna biro, che possono essere realizzati da chiunque in pochi secondi, si parla qui di subvertising. Questo tipo di arte vuole essere una provocazione contro la presenza di pubblicità nei luoghi pubblici. I manifesti vengono di solito pitturati o su questi vengono incollati sopra altri cartelloni che mostrano un messaggio opposto o che deridono quello originale. Il subvertising è molto critico nei confronti della pubblicità e dei media ed è una forma di street art che esiste da almeno 40 anni.

Cut-Out

Oltre agli originali soggetti che di solito ricoprono le grandi superfici urbane nelle più svariate forme, con un occhio attento è possibile scovare anche i cosiddetti cut-out. Questi non rappresentato intere figure, ma solo dei frammenti che vengono poi di solito integrati all’interno dei più svariati elementi urbani. Nella maggior parte dei casi si tratta di animali o uomini, ma anche di oggetti di ogni tipo, rappresentati in bianco e nero. Per esempio, si possono vedere solo le mani di una figura che vuole scalare una cassetta delle lettere o gli occhi di un animale che sembrano fissare i passanti attraverso la fessura di un muro.

Una figura umana sbuca da un cartello stradale

Adesivi

Se si vuole lasciare la propria firma o diffondere il più possibile il proprio luogo nei luoghi pubblici, gli adesivi sono l’opzione migliore e più usata tra le varie tecniche di street art. Un breve slogan o un motivo facile da ricordare possono essere stampati in molte copie, per pochi soldi e senza troppo lavoro. In alternativa, molti artisti fanno ricorso ai chiudi pacco adesivi. Questi vengono rielaborati ricorrendo a dime, matite colorate o stampini e poi attaccati alle fermate degli autobus, sui cartelli stradali, sulle caselle della posta e luoghi simili.

Roll-On

Soprattutto quando si tratta di superfici estese, si fa ricorso alla tecnica roll-on. Come il nome fa già intuire, l’opera d’arte viene in questo caso realizzata attraverso dei rulli. Con l’aiuto di aste telescopiche si può lasciare il proprio segno anche in luoghi difficilissimi da raggiungere, sui ponti o sulle facciate delle case. Soggetti precisi sono però difficili da realizzare con questa tecnica che si presta invece di più per slogan brevi e concisi o aforismi da scrivere a grandi lettere.

Scritte di grandi dimensioni vengono realizzare con i rulli

Alt-Text: Scritte di grandi dimensioni vengono realizzare con i rulli

Graffiti-maglia

Una stramba e rara tecnica di street art è la yarn bombing (in italiano graffiti-maglia). In questo caso, auto, lampioni, cassette dell’elettricità e oggetti simili vengono abbelliti o completamente avvolti con dei vistosi elementi di maglia fatti a mano. Dal momento che questa tecnica richiede spesso molto impegno, è raro trovarla nelle città. Ma se siete fortunati e trovate una strada arricchita da questo tipo di street art, approfittatene e scattate quante più foto possibili.

Murales

Le enormi immagini realizzate sulle squallide facciate delle case vengono chiamate murales. Grazie alle grandi dimensioni, questi lavori sono molto suggestivi e riescono sempre a fare colpo e, a differenza di quasi tutte le altre forme di street art, sono legali. In molte grandi città gli artisti di strada ottengono sempre più spesso il permesso di realizzare le loro incredibili opere su grandi superfici incolori, su edifici, ponti e muri. Alcuni di questi sono diventati veri e propri luoghi di culto e vengono addirittura inclusi nei tour organizzati per le visite turistiche.

Un famoso murales a Berlino

Il ritratto di due sposi con petali di rose.

5 consigli per delle foto di matrimonio indimenticabili

Riuscire a rendere in una foto le emozioni e i momenti più toccanti di quello che da molte coppie di sposi è considerato il giorno più bello della loro vita è un’ardua sfida per tutti i fotografi. La cosa forse più difficile è che non esistono né prove né seconde chance. Il matrimonio è unico, così come le sue foto.

Por ottenere delle foto davvero autentiche e indimenticabili, ci sono dei dettagli a cui dovrete prestare attenzione. Un matrimonio va seguito con occhi sempre attenti in modo da non perdervi nessun attimo significativo.

A seconda del volume di foto scattate a un matrimonio, variano anche il lavoro richiesto e il relativo budget previsto. Anche se i fotografi professionisti svolgono questo lavoro ormai da routine,  la loro presenza durante l’intera giornata risulta comunque essere molto costosa e non tutti gli sposi desiderano investire così tanti soldi in questo aspetto del matrimonio. Per questo, molte coppie si limitano solo ai classici ritratti o ai servizi fotografici di due ore in cui vengono scattate solo le foto con gli invitati al matrimonio. Altre invece optano per un completo reportage con molti dettagli e scatti „dietro le quinte“. Anche se non siete dei veri professionisti e volete cimentarvi in un servizio fotografico ad un matrimonio, ci sono alcune cose che dovete considerare prima di iniziare.

Abbiamo raccolto per voi 5 consigli che vi aiuteranno a realizzare delle splendide foto di matrimonio:

Accordarsi con gli sposi

Un lungo e intenso confronto con gli sposi è la base da cui partire per ogni tipo di servizio fotografico matrimoniale. È quindi necessario e sensato che il fotografo incontri gli sposi almeno un paio di settimane prima del grande giorno, in modo da essere sicuri di avere sufficiente tempo.

Non dimenticate che anche una reciproca simpatia, tra fotografo e sposi, gioca un ruolo importante. Solo se gli sposi si sentono a loro agio davanti al fotografo si potranno ottenere degli scatti di qualità. Oltre ai desideri e alle richieste personali, devono essere anche chiariti tutti gli aspetti organizzativi. Per esempio, chiarire come è strutturata la giornata e i vari tempi, quando e dove avrà luogo il servizio fotografico, quando inizia la festa e in quali situazioni si vuole evitare una pioggia di flash?

Preparazione e attrezzatura

Una batteria scarica o poca memoria per salvare le foto rovinerebbero senza ombra di dubbio l’atmosfera del servizio fotografico. Questi errori non devono mai capitare perché un matrimonio non può essere ripetuto e il fotografo deve essere pronto ad ogni evenienza. Quindi, prima del grande giorno, il fotografo deve controllare la capacità operativa della macchina e degli accessori per evitare brutte sorprese. Soprattutto in un matrimonio in cui il fotografo accompagna per l’intero giorno gli sposi, si deve considerare la possibilità che l’attrezzatura verrà molto strapazzata e questo deve essere messo in conto già nella fase preparatoria.

Non c’è tempo durante il matrimonio per caricare una batteria o svuotare una memoria piena. Per essere sicuri, portate sempre con voi una batteria sostitutiva e una scheda di memoria in modo da evitare in partenza qualche errore irreparabile. È sempre meglio portare almeno due obiettivi con diversa lunghezza focale, in modo da poter realizzare sia ritratti molto vicini, sia scattare foto in lontananza. Nella scelta degli accessori, non dimenticate di valutarne anche il peso che potrebbe trasformarsi in una zavorra nel caso dobbiate muovervi velocemente per seguire un evento. Borse pesanti potrebbero esservi di disturbo e cambiare continuamente gli obiettivi è un lavoro impegnativo e che richiedo molto tempo.

La giusta location

Spesso gli sposi scelgono come location per il sevizio fotografico dei luoghi insoliti. Prati in fiore, boschi incantati o il classico castello sono location originali che sempre più spesso vengono scelte dagli sposi. Per ottenere un risultato che si rispetti dovete valutare un paio di importanti dettagli quando scegliete la vostra location. Non sottovalutate l’impegno di tempo di un servizio fotografico. Ci sono spesso luoghi vicinissimi a dove si tiene la festa di nozze che non richiedono lunghi viaggi e che non faranno aspettare per ore i vostri ospiti. Oltre a questo, anche le condizioni di luce svolgono un ruolo fondamentale. Un giorno di sole è perfetto per realizzare magici scatti della coppia di sposi all’aperto, in un paesaggio pittoresco. D’altra parte, per evitare ombre fastidiose o riflessi dovuti ai raggi diretti del sole, sono da preferire le ore del pomeriggio, a partire dalle 15. in questo momento della giornata le condizione di luce sono le migliori per fotografare. In alternativa, dovete scegliere luoghi luminosi, ma con un po’ di ombre. Per esempio, potete realizzare una bella foto disponendo gli sposi sotto l’ombra della cima di un grande albero.

Se le foto invece vengono scattate al chiuso, il fotografo deve avere con se degli strumenti adatti all’illuminazione. Un flash orientabile o mobile così come un diffusore possono creare una bella luce indiretta ed evitare contrasti di luce e ombra troppo netti.

Foto di matrimonio all'aperto o al chiuso. Foto di matrimonio all'aperto o al chiuso.

Quando il tempo non è di aiuto

I ritratti più belli e autentici si ottengono all’aperto, dove le condizioni di luce sono migliori e il meraviglioso abito bianco della sposa contrasta in modo perfetto con quello scuro dello sposo. Ovviamente questa regola vale per i matrimoni che si svolgono in giornate di bel tempo. Ma non bisogna disperare anche in caso di pioggia e maltempo. Se questa sfortunata condizione meteorologica viene presa con simpatia e ironia dai vostri ospiti, potrete ribaltare la situazione d ottenere dei bellissimi e divertenti scatti pieni di gente sorridente.

Il fotografo deve essere pronto a tutte le possibile condizioni meteo, anche quelle cattive. Se gli sposi vogliono avere degli scatti all’esterno, dovrete cercare dei posti asciutti, per esempio sotto gli alberi o tra delle rovine. A volte si possono realizzare scatti molto divertenti anche con gli ombrelli. E se non riuscite a trovare ombrelli di colori adatti, potete sempre mascherare questi contrasti indesiderati stampando delle foto in bianco e nero.

Foto di matrimonio sotto la pioggia.

Il reportage fotografico

Dalla preparazione della mattina fino alle tarde ore della festa- un fotoreportage deve immortalare tutti i dettagli e i momenti più importanti del matrimonio. Questo tipo di fotografia è molto di moda ma la sua pianificazione, la preparazione e la realizzazione sono anche molto impegnative. Qui il fotografo deve avere sia un occhio attento ai dettagli, sia una buona perseveranza. Soprattutto in questo caso diventa fondamentale definire con precisione come si svolgerà la giornata. Solo così il fotografo potrà realizzare una serie di foto che parte dall’abito di matrimonio ancora nell’armadio, all’arrivo degli sposi in comune o in chiesa, fino al taglio della torta.

Soprattutto per i momenti più emozionanti che di solito avvengono dietro le quinte, come il trucco e la preparazione della sposa, è importante accordarsi bene sulle condizioni. Per esempio, essere sicuri che nello spogliatoio ci sia abbastanza spazio per il fotografo e per la sua attrezzatura. Oppure, ci saranno di sicuro dei momenti durante il matrimonio in cui gli ospiti non vogliono essere disturbati da una pioggia di flash. Anche i momenti di pausa, per esempio durante il pranzo ma ovviamente solo dopo aver immortalato l’abbondante buffet di nozze, devono essere concordati con gli sposi.

Un fotoreportage inizia dalla vestizione della sposa.

MF – La messa a fuoco manuale

I dilettanti più ambiziosi possono anche provare a mettere a fuoco da sé il soggetto che vogliono fotografare. Ci sono molti strumenti tecnici che possono aiutarvi in questo lavoro. Nelle reflex digitali dotate di live view la parte centrale dell’inquadratura può essere ingrandita e così, con qualche intervento manuale, si può sistemare la messa a fuoco. Questa procedura richiede ovviamente più lavoro e tempo rispetto al sistema automatico. Le vecchie macchine analogiche non hanno di solito il sistema di autofocus e quindi, se si vuole ottenere una foto nitida, bisogna girare l’anello dell’obiettivo fino a trovare la giusta messa a fuoco. Agli albori della fotografia non era una cosa così facile e all’inizio i fotografi potevano solo stimare la distanza dal soggetto. Solo in un secondo momento è arrivato lo strumento di misurazione della distanza.

L’apparecchio più semplice è il telemetro ad immagine sdoppiata, che si monta sulla slitta del flash. Il sistema è composto da due specchi semitrasparenti e da un prisma girevole. Lo scopo è quello di sovrapporre due identiche porzioni di immagine del soggetto da riprodurre. Il valore ottenuto viene poi riportato sull’obiettivo e infine, solo dopo lo sviluppo della foto, si può verificare l’efficacia dell’operazione.

Nelle prime reflex mono oculari (in inglese single lens reflex, SLR) la distanza veniva calcolata direttamente attraverso l’obiettivo. In confronto alle normali macchine da 35 mm era già una soluzione molto più comoda. La luce viene deviata da uno specchio ribaltabile su uno schermo di messa a fuoco (dotato di uno stigmometro e di microprismi). Con il suo aiuto il fotografo può, ruotando l’obiettivo, mettere a fuoco il soggetto.
Ciò significa che la nitidezza di un’immagine dipende in toto dall’impressione di nitidezza percepita dal fotografo stesso. Quando si fotografa con messa a fuoco manuale bisogna esercitarsi molto e avere moltissima pazienza. Quindi, se volete solo fare qualche scatto fotografico veloce, non vi conviene. Questa conviene invece quando il sensore dell’autofocus non riesce a configurare le giuste impostazioni di nitidezza a causa di pessime condizioni ambientali. La messa a fuoco manuale è da preferire anche quando il soggetto deve essere fotografato più volte, con la stesso messa a fuoco. Una macchina con il sistema AF fallisce in queste circostanze perché il sensore si focalizza ogni volta su un diverso punto.

AF – L’autofocus

Già a partire dagli anni 70 l’ambizione di riuscire a sviluppare una fotocamera con messa a fuoco automatica era ampiamente diffusa. Oltre alle oscillazioni della macchina, sono gli errori della messa a fuoco che determinano scatti sfuocati. Dal 1985 hanno iniziato a diffondersi reflex automatiche.

Nel frattempo, la velocità e la precisione dell’autofocus hanno conosciuto moltissimi sviluppi che mettono oggi la messa a fuoco automatica sullo stesso livello della messa a fuoco manuale. Le macchine digitali di gamma superiore hanno fino a 51 sensori responsabili della messa a fuoco del soggetto. Le fotocamere dotate di touchscreen permettono al fotografo di scegliere con il tocco, un po’ come succede con gli smartphone, le zone che devono risultare nitide.

Ci sono fondamentalmente tre tipi di autofocus:

AF.A (in inglese. automatic autofocus): la macchina decide da sé se deve mettere a fuoco una volta sola o se necessita di ulteriori aggiustamenti. Questo dipende dal comportamento del soggetto da quando viene messo a fuoco nel mirino fino allo scatto vero e proprio.

AF.S (in inglese. single autofocus): in questo caso, anche se il soggetto da fotografare si muove prima dello scatto, la macchina mantiene comunque la impostazioni di messa a fuoco iniziali. Quindi, se il soggetto si sposta in un secondo momento, la foto verrà molto probabilmente sfuocata.

AF.C (in inglese. continuous autofocus): l’apparecchio aggiusta in questo caso la sua zona di nitidezza in continuo, fino allo scatto. Questo ovviamente dipende dallo spostamento del soggetto rispetto all’obiettivo- se cioè si avvicina o si allontana dall’obiettivo.

Ci sono differenti sistemi di messa a fuoco automatica. In modo grossolano, si può dire che si dividono in autofocus passivi e attivi. I primi sono i più diffusi. Il principio è che la macchina comunica, dopo una serie di prove, la messa a fuoco ottimale. La due procedure più accreditate sono la misurazione del contrasto e il rilevamento della fase. Per questa procedura il soggetto deve essere sufficientemente contrastato e illuminato.

Dall’altra parte troviamo gli autofocus attivi. La prima differenza è che questi funzionano anche al buio, e anche qui esistono due diverse procedure. Con la diretta misurazione della distanza tramite ultrasuoni, come per esempio nelle macchine Polaroid, viene misurato il tempo di cui ha bisogno il suono per raggiungere il soggetto e tornare indietro. Con questa informazione, la fotocamera calcola poi la messa a fuoco più adatta.

Con uno strumento per l’illuminazione vengono invece supportate le procedure della messa a fuoco passiva in scarse condizioni di luce. In questo caso, infatti, il soggetto viene illuminato con una luce aggiuntiva della macchina fotografica in modo da poter essere messo a fuoco senza problemi.

L’utilizzo della messa a fuoco automatica è molto facile e intuitivo. Bisogna guardare nel mirino e scattare la foto. Il fotografo può vedere come la propria macchina fotografica cerca la giusta messa e fuoco e, una volta che l’ha trovata, non deve far altro che premere il pulsante di scatto.

La messa a fuoco

Si definisce “messa a fuoco” la regolazione delle impostazioni dell’obiettivo necessarie per ottenere un’immagine nitida. Per mettere a fuoco un soggetto, la macchina fotografica e l’obiettivo devono essere impostati in funzione della distanza dal soggetto stesso.

Alla messa a fuoco si presta in realtà sempre meno attenzione perché è ormai possibile impostarla anche senza grandi conoscenze e capacità tecniche. Un’immagine risulta essere particolarmente nitida quando il contrasto tra le singole superfici dell’immagine e i contorni è il maggiore possibile. Non esistono asserzioni certe al centro per cento quando si parla di nitidezza. A volte alcune cose vengono percepite come nitide solo perché l’immagine che si guarda riproduce con esattezza la realtà. I punti dell’immagine presenti al livello del focus, vengono poi riprodotti come punti sul sensore della macchina. Se si ha una messa a fuoco sbagliata, i punti risulteranno essere dei cerchi e, se i cerchi vicini si sovrappongono sul sensore, si ha una percezione di un’immagine sfuocata. Se questi cerchi sovrapposti però sono più piccoli della risoluzione angolare dell’occhio umano, allora la foto viene comunque percepita come nitida. In una foto formato 10X15 cm si ha una percezione sfuocata se i punti hanno diametro di almeno 0,1 mm. Dopo le oscillazioni della macchina, una messa a fuoco sbagliata è il secondo fattore che causa foto non nitide.

Una domanda importante da porsi in fotografia è: quali elementi della foto devono risultare nitidi? Negli uomini e negli animali sono gli occhi a dover essere messi a fuoco. La cosa migliore è mettere a fuoco l’occhio che si trova più vicino alla macchina fotografica, perché in questo modo si ottiene una copia fedele della realtà. Per gli oggetti, invece, le regole sono diverse. In generale, si dovrebbe mettere a fuoco la zona più vicina alla macchina fotografica. Ma ci sono ovviamente eccezioni: nella macro fotografia la zona rivolta verso l’apparecchio risulta il più delle volte troppo vicina all’obiettivo. Per questo, la messa a fuoco sarà spostata su un piano più lontano. In questo modo otterrete un primo piano e uno sfondo sfuocati e il piano intermedio perfettamente a fuoco.

Le impostazioni della messa a fuoco possono essere definite o tramite l’autofocus (AF) o con un focus manuale (MF).

Il flash

Ogni tipo di apparecchiatura che ha lo scopo di migliorare l’illuminazione di un soggetto tramite dei lampi di luce viene classificato in fotografia sotto la nomenclatura flash. Con l’aiuto di un flash è inoltre possibile ottenere scatti perfettamente nitidi anche in condizioni di luce scarsa. Il flash è ormai integrato nella maggior parte della macchine fotografiche o, in caso contrario, può essere aggiunto alla macchina inserendolo in un supporto apposito. Negli studi fotografici vengono usati complessi sistemi di flash al fine di ottenere la migliore illuminazione possibile e quindi avere scatti di altissima qualità.

Nel 1861 il chimico e fotografo Eduard Liesegang usò per la prima volta del magnesio incendiato come fonte di luce. Su questa base sarebbe in seguito stata inventata la prima polvere incendiaria, che era però molto instabile e difficile da controllare, tanto da provocare spesso incidenti. Nel 1930 l’ingegnere Harold Edgerton inventa il primo apparecchio flash ponendo le basi per tutta la futura tecnica di questo settore.

Il funzionamento di un flash è davvero semplice. Nell’attimo in cui viene scattata la foto, viene emesso anche un brevissimo lampo, che viene riflesso dal soggetto. Il tempo tra lo scatto del flash e il riflesso del soggetto deve essere sincronizzato con il tempo di esposizione della macchina. L’otturatore deve essere completamente aperto quando scatta il flash. Solo così si può sfruttare al meglio la brevissima illuminazione prodotta dal flash.

Oltre a migliorare le condizioni di illuminazione, esistono determinate metodologie che rendono il flash uno strumento in grado di dare degli effetti e delle atmosfere particolari alle immagini. In questo caso bisogna decidere se il flash è la luce principale o se funge da supporto, e se viene puntato in modo diretto o indiretto sul soggetto. L’effetto degli occhi rossi, che si ottiene usando il flash, può per esempio essere ridotto con la funzione di pre-lampo, ormai presente in tutte le macchine fotografiche. Le moderne fotocamere utilizzano per lo più luce bianca che è più neutra e rispetta i colori naturali del soggetto.

Il raggio d’azione di un flash viene chiamato numero guida. Il numero guida indica cioè con quanta energia luminosa viene emesso il lampo di luce, e si ricava dalla distanza tra flash e soggetto, espressa in metri, e dal diaframma necessario per determinare l’illuminazione in assoluto migliore.

Con un flash diretto si possono ottenere molti contrasti luci-ombre oppure riflessi di luce fastidiosi. Nella fotografia professionale viene per questo motivo molto spesso usato un diffusore che, diffondendo la luce del flash, ammorbidisce il lampo di luce ed evita effetti indesiderati. In realtà possono essere usati per diffondere la luce tutti i materiali trasparenti e con colori neutri. In questo ambito, quindi, vengono utilizzati come diffusori anche ombrelli bianchi, stoffe di nylon, plexiglas o la carta oleata.

Il foro stenopeico

Il più semplice e antico apparecchio ottico in grado di produrre un immagine di un oggetto é una camera dotata di foro stenopeico. Il famoso filosofo e naturalista greco Aristotele parlava già più di 2000 anni fa della costruzione e del funzionamento di una „camera oscura“. Questo apparecchio, In latino camera obscura, è dotato di un piccolo foro attraverso il quale penetra la luce e riproduceva già allora e in modo inconsapevole il principio base della fotografia.

Quando la luce entra attraverso un piccolo foro in un corpo cavo opaco, si viene a creare sul retro della scatola un’immagine capovolta. Se la parete posteriore è fatta di materiali trasparenti, è possibile vedere l’immagine anche da fuori.

Per la costruzione corretta di questo tipo di apparecchio, è il diametro del foro che determina la nitidezza e la luminosità delle immagini. Attraverso questo foro la luce crea un collegamento diretto tra un punto dell’oggetto e uno dell’immagine.

In confronto alle macchine dotate di messa a fuoco, l’intensità della luce delle macchine a foro stenopeico è da 10 a 500 volte inferiore e l’immagine è considerevolmente meno definita. L’immagine prodotta può essere fissata con del materiale sensibile alla luce o con un sensore.

A partire dalla fine del tredicesimo secolo gli astronomi hanno usato la camera oscura fra l’altro per osservare le eclissi solari. Così si proteggevano gli occhi dall’osservazione diretta del sole. Per alcune osservazioni sono state costruite camere a foro stenopeico accessibili, ancora oggi visitabili. Queste camere sono anche utilizzate nel campo dei raggi X e gamma per la produzione delle corrispondenti immagini, poiché le classiche lenti non possono essere utilizzate.

Realizzazioni più complesse o di grandi dimensioni vengono ampliate attraverso lenti convesse.

Si possono trovare camere a foro stenopeico di legno o plastica a partire da circa 30 euro, i modelli più semplici in cartone sono ancora più economici. Data la facilità con cui può essere realizzata anche con semplici materiali, ci sono innumerevoli istruzioni e kit di montaggio in Internet che permettono di realizzare da se una semplice „camera obscura“.

Anche le macchine digitali con obiettivi intercambiabili o le reflex possono essere utilizzate come apparecchi a foro stenopeico. Per questo scopo ci sono diversi marchi, come Nikon, che producono speciali obiettivi dotati di foro stenopeico.

Macchine fotografiche istantanee

Una macchina fotografica in grado di sviluppare una foto subito dopo lo scatto viene chiamata „macchina fotografica istantanea“.

Nelle classiche macchine istantanee analogiche viene utilizzata una pila di fogli di carta con una striscia sensibile alla luce, al posto di una semplice pellicola. In questi fogli sono contenute anche le sostanze chimiche necessarie allo sviluppo delle immagini. Estraendo la foto dalla macchina questa viene divisa in negativo e positivo. Nelle foto in bianco e nero vengono trasportate particelle d’argento, mentre nelle foto a colori dei pigmenti, che vengono immagazzinati nel positivo. Mentre con l’utilizzo di un normale negativo è possibile fare diverse copie di una foto, la possibilità di avere dei duplicati con la camera istantanea è possibile con la procedura chiamata riproduzione.

La prima macchina istantanea è stata progettata dal fisico Edwin Herbert Land nel 1947, nella sua azienda Polaroid. I primi modelli utilizzavano pellicole bianco e nero in rotolo, di diversi dimensioni, e la procedura della separazione della foto. La pellicola denominata serie 40 doveva essere protetta con una vernice trasparente immediatamente dopo lo sviluppo, che durava in media tra i 15 e i 30 secondi. Nel 1945 arriva un formato più piccolo, la serie 30, che permetteva di produrre delle macchine più piccole e leggere. Una grande debolezza della tecnica usata era l’enorme sensibilità in rapporto al tempo di sviluppo. Qui giocava un ruolo fondamentale anche la temperatura dell’ambiente. Cronometri analogici, o anche tabelle che elencavano i tempi di sviluppo appropriati, avrebbero dovuto portare il fotografo ad ottenere uno sviluppo qualitativamente migliore. Tempi di sviluppo troppo lunghi portavano sulle foto in bianco e nero dei contrasti troppo forti, mentre sulle foto a colori delle macchie di colore indesiderate.

La prima pellicola integrata, la SX-70, è stata messa in commercio da Polaroid nel 1972 e quando oggi si parla di macchine istantanee, si pensa subito alle pellicole 600, che nel 1982 hanno sostituito le Sx-70. Queste presentavano una maggiore latitudine di posa, che poteva essere raggiunta anche con macchine economiche, che esponevano in modo meno preciso. Le pellicole 600 erano compatibili anche con la macchina SX-70 perché la dimensione delle due pellicole era identica.

Nell’epoca della fotografia digitale, con la sua tecnica avanzata e una qualità delle foto sempre migliore, il mercato delle macchine istantanee si è ridotto considerevolmente. Proprio come i vinili queste macchine fotografiche sono diventate motivo di interesse soprattutto per le nuove generazioni. Le funzioni delle classiche macchine istantanee si combinano con la nuova tecnologia degli smartphone ed entrano a far parte della comunità dello „sharing“. Gli ultimi modelli hanno uno schermo digitale in dotazione e hanno lo stesso numero di pixel delle macchine digitali. Con una tecnica in continuo miglioramento, le macchine istantanee digitali possono stampare una foto indelebile e impermeabile in un minuto. Con una WLAN integrata o un collegamento bluetooth gli utenti possono addirittura seguire la nuova moda dei social. Così possono, per esempio, installare sulle nuove Polaroid „Socialmatik“ le applicazioni per i social media e quindi condividere immediatamente i propri scatti su Facebook, Instagram e altri social network.

Anche le classiche Polaroid analogiche sono state negli ultimi anni recuperate, proprio per i loro colori falsati, per scopi artistici. Le foto scattate con queste macchine e realizzate da veri professionisti del settore sono piene di fascino e quindi molto amate.

Uno degli ultimi modelli arrivati sul mercato è la Polaroid Z2300. Anche se oggi il mondo delle macchine istantanee si è ridotto ad una piccola nicchia, ci sono molti fan di Polaroid che amano il valore artistico e umano di queste foto.